div class="poll">


Articolo M° Angelo Abbruzzo

M° Angelo Abbruzzo

La parabola delle due frecce

AUTORE: Commento M° Angelo Abbruzzo – Lama Yeshe

In quel tempo il Buddha, che dimorava presso Savatthi, si rivolse ai discepoli con queste parole:
"L'incolto uomo comune sperimenta la sensazione piacevole e quella dolorosa. E anche il nobile discepolo sperimenta la sensazione piacevole e quella dolorosa. E allora qual è la differenza, qual è la distinzione, la dissomiglianza fra il nobile discepolo e l'incolto uomo comune?
L'incolto uomo comune, colpito da una sensazione dolorosa, si affligge, si cruccia, si lamenta percotendosi il petto, geme, si avvilisce. Egli sperimenta due sensazioni: una corporea e l'altra mentale.
E' come se ferissero un uomo con una freccia e poi lo ferìssero con una seconda freccia; certamente quell'uomo sperimenterebbe la sensazione dolorosa di due frecce.
Similmente l'incolto uomo comune, colpito da una sensazione dolorosa, sperimenta due sensazioni: corporea e mentale; colpito da una sensazione dolorosa egli manifesta repulsione e cede a questa repulsione della sensazione dolorosa.
Il nobile discepolo invece, colpito da una sensazione dolorosa, non si affligge; egli sperimenta una sola sensazione dolorosa: quella corporea, ma non quella mentale.
Questa è la differenza, questa è la distinzione questa è la dissomiglianza fra il nobile discepolo e l'incolto uomo comune" (Samyutta Nikaya).

Commento:

E' molto importante comprendere che cosa si intende, negli insegnamenti orientali, quando si parla di "estinzione della sofferenza".
Usando certi termini, infatti, si può cadere nell'equivoco di considerare la meditazione come un tentativo di anestesia. Di conseguenza, ci si può prefiggere il raggiungimento di stati alterati di coscienza con lo scopo di interrompere, sebbene solo momentaneamente, stati di sofferenza.
Non è assolutamente questo il significato dell'espressione “ superamento di dukkha “, superamento della sofferenza. E per comprendere questo discorso vitale, lo studio è soltanto un complemento, è soltanto qualcosa che deve accompagnare la pratica, la quale. è invece la via centrale per la comprensione del Dharma.
Mercè la pratica infatti, entriamo in contatto con i modi in cui la nostra mente genera sofferenza, oppressione, tormento a noi stessi e agli altri.
La sofferenza alla quale ci si propone di porre un termine è questa, poiché la sofferenza del corpo che si ammala, invecchia e muore è assolutamente fuori dal nostro controllo: è un processo che la saggezza ci invita a comprendere e ad accettare. Dunque una menomazione, una malattia, sono forme di sofferenza che appartengono a quello che la tradizione definisce il primo livello di sofferenza, cioè la sofferenza immediata.
Il lavoro della pratica a questo proposito non consiste affatto nel non cadere nella malattia, come se questa fosse una specie di punizione divina, questo è soltanto un approccio superstizioso alla pratica e non ha nulla a che vedere con il Dharma.
Consideriamo, per esempio, di trovarci di fronte a una sofferenza fisica, nostra o di una persona vicina a noi. In questo caso il lavoro interiore mira a un modo di soffrire molto diverso da quel modo comune di soffrire, tipicamente centrato sull'io. La proposta del Dharma è di passare da una forma di sofferenza stretta, tormentosa, appesantita dalla sofferenza che noi stessi aggiungiamo, a una forma di sofferenza in cui l'accettazione, l'equanimità e la compassione. sono al primo posto, nel cuore di questa stessa sofferenza.
Ciò non significa l'eliminazione magica della sofferenza, ma significa un rapporto radicalmente cambiato con la sofferenza nostra e degli altri. Tale cambiamento di rapporto può nascere solo come frutto di un lavoro lungo, appassionato e difficile.
Comporta una trasformazione radicale di tutto il nostro modo di essere e di vivere. Se, per esempio, la nostra vita è piena di ambizione e di preoccupazioni, ossia è complicata, essa sarà appesantita da queste stesse complicazioni e di conseguenza non conoscerà la bellezza e lo splendore della semplicità.
E inevitabilmente anche il rapporto con la sofferenza, nostra e altrui, risulterà gravato di questo carico. Diversamente, se siamo più semplificati, quindi più liberi e più forti, soffriremo in un modo più equanime e compassionevole, molto meno centrato sull'io. In realtà stiamo parlando di due modi di soffrire che nulla hanno a che fare l'uno con l'altro, letteralmente irriconoscibili l'uno all'altro.
Il vecchio sogno di esorcizzare la sofferenza è soltanto una mera illusione dell'io: siamo abituati a cercare di catturare il piacevole e sottrarci allo spiacevole, sperando che, con un po' di fortuna e molta abilità, si riesca a vivere senza soffrire. Prima o poi tutto questo si rivela illusorio, poiché l'incontro con il dolore fa parte della vita, fa parte dell' impermanenza. Ed è allora che occorre una diversa capacità di correlarci ad esso. E' tutto qui.
La chiave del lavoro interiore è in questa trasformazione del nostro rapporto con i vari aspetti della vita, in primo luogo con la sofferenza. In tal modo tutta la sofferenza centrata sull'io può completamente sparire, con grande agio, beneficio e spazio per noi e per chi ci sta vicino.

Commento del M° Angelo Abbruzzo Lama Yeshe
- click quì per "info" M° Angelo Abbruzzo-